Si dice che viaggiando si impari. Uhm… no, era ‘sbagliando si impara’. Beh, non importa, non sono qui per fare un simposio sui modi di dire. E ad ogni modo sbagliando il modo di dire ho imparato a formulare quello corretto. Ma lasciamo questo ragionamento con doppio avvitamento carpiato e veniamo al punto: siamo tornati da pochi giorni da un viaggio (splendido) alla scoperta di Atene, Milos e Naxos e prima di scrivere e mostrarvi tutto quello che abbiamo visto e provato e che ci ha emozionato o minato le forze a seconda dei casi, volevo parlarvi delle 5 cose che ho imparato durante il soggiorno in terra ellenica e che, a ben vedere, avrei potuto imparare in qualsiasi altro posto, a parità di condizioni e congiunzioni astrali. Vediamo:

1- Ho imparato a non sottovalutare l’enorme portata dell’invenzione del trolley

Quanti di voi ricordano la scena di ‘This must be the place‘ in cui il protagonista (Cheyenne, ma in realtà è Robert Smith, il leader dei Cure) incontra l’inventore del Trolley, Robert Plath?

Beh, che ci crediate o no, fino al 1988 le valigie andavano ancora trasportate ‘alla vecchia maniera’, sollevandone tutto il fottutissimo peso dal suolo. Poi, un bel giorno, questo pilota delle Northwest Airlines ha una folgorazione geniale: mettere due rotelline sul fondo della valigia per spostarsi meglio tra un gate l’altro dell’aeroporto. Bingo! Così, grazie a Robert Plath, dal 1988 il mondo dei viaggi non è più stato lo stesso. A meno che… a meno che, sbarcati a Milos, la maniglia del trolley non decida di separarsi con un schiocco sordo dal resto del corpicione pluri-chilato della valigia:

STOK!

È con questo suono che si passa dalla leggiadria di un trasporto lubrificato e a sforzo prossimo allo zero a un andamento barcollante da facchino pre-1988, con la valigia da 14 chili incollata sotto il braccio. La prima cosa a cui ho pensato dopo aver udito lo ‘STOK’ e ammirato con un certo stupore la maniglia della valigia rimasta nella mia mano destra, è stata una profanazione insensatamente violenta. Tipo questa:

Ma è stato solo un attimo: d’altra parte non volevo dare soddisfazione ai quattro omaccioni greci che giocavano a carte e che commentavano divertiti l’accaduto nascondendosi dietro il loro idioma greco verso il quale nulla valgono i miei 5 anni di liceo classico (tra l’altro, per amor d’onestà, non ricordo una cippa di greco antico). Per farla breve: ho dovuto macinare chilometri incollandomi il peso morto della mia valigia super cicciona e vi assicuro che la cosa può essere destabilizzante. La buona notizia è che sono ancora vivo anche se le mie braccia probabilmente si sono allungate di un paio di centimetri. Magari la cosa mi torna utile con il tennis…

2- Ho imparato che il mio inglese fa schifo quasi quanto il mio greco antico

Sì, ok, la conversazione minima c’è. E in fondo in qualche modo ci si comprende, in Grecia come in Svezia o in Francia. Però è davvero frustrante quando sei lì che vorresti fare un ragionamento o una richiesta un minimo più complessa e ti ritrovi a guardare in alto come Carlo Verdone nel famoso sketch ‘ma che è rete uno?’ alla ricerca del termine giusto o della costruzione della frase che non sia troppo simile all’analoga trasposizione dall’inglese all’italiano della Mami di Via con Vento:

Non dico che sia per forza necessario instaurare una conversazione sui neutrini o sul principio di indeterminazione di Heisenberg, però, diamine!, almeno sapere come si dice ‘anti calcare‘ in inglese non dovrebbe essere un problema. Troppa ruggine, mi devo rimettere a studiare e a fare conversazione. Ma solo con l’inglese. Con il greco antico passo, non ce la posso fare.

3- Ho imparato che bisogna sempre portarsi dietro dell’acqua quando si vuole camminare per 10 chilometri nel deserto…

Così come Guybrush Threepwood era capace di trattenere il respiro per 10 minuti, io sono capace di non bere acqua per ore intere.

Guybrush Threepwood ten minutes
Ricordate Monkey Island?

Questa capacità da supereroe d’altri tempi mi ha fatto sottovalutare la necessità di approvvigionamento idrico il giorno in cui abbiamo deciso di partire alla volta di Agios Sozon, una splendida chiesina votiva che sorge su una sogliera in una baia infrattatissima di Naxos: dieci chilometri a piedi, tra andata e ritorno, sotto un sole impietoso e (idea geniale!) a ridosso del mezzodì, lungo una mulattiera sconnessa (dove gli unici incontri con specie senzienti avvengono con capre cicladiche dallo sguardo torvo) e con solo mezzo litro d’acqua nello zaino. Mezzo litro d’acqua per due persone. Non tanto l’andata, quanto il ritorno è stato uno strazio. E qui è d’obbligo citare la celebre scena di Balle Spaziali che ricalca alla perfezione la situazione:

Quindi, nota per l’equipaggio: portare più acqua, sempre!

PS
Per le immagini di questa spettacolare (ehm..) traversata e per molto altro ancora potete far riferimento alla storia sul nostro profilo Instagram.

4- Ho imparato che esiste sempre un commerciante che si comporta come il Totò che vuol vendere al turista la Fontana di Trevi

Non capita spesso, a onor del vero. E nelle isole non ci è mai (e dico mai) capitato. Ma ad Atene… ad Atene abbiamo avuto la malaugurata idea di sederci all’Oasis Cafè, un locale situato tra il giardino botanico e il centro congressi Zappeion. Insomma non un postaccio ma nanche dentro il Tempio di Efesto, tanto per capirci. Bene, in questo posto abbiamo avuto la fortuna di gustare due caffè alla modica cifra di 10,40 € (le voci dello scontrino: 2 caffè, 4,40€; Acqua (mai chiesta), 3 €; Servizio, 3 €). A rendere la cosa più “divertente” è stato il pranzo avvenuto una mezz’ora prima del costosissimo caffè: avevamo mangiato e bevuto (benissimo) da Kalamaki Kolonaki, un ristorantino in zona Kolonaki (appunto), spendendo in tutto 10,30 €. Sì, avete letto bene, l’intero pranzo ci è costato 10 cententesimi in meno del caffè. Amen, ogni Paese ha il suo Totò Truffa. Almeno non hanno tentato di venderci il Partenone…

5- Ho imparato che non basta andare in palestra e stare attento alla dieta: la panza ti vuole e in qualche modo ti avrà

Palestra, tennis e un occhio alla dieta. Per tutto l’inverno. E anche oltre. Eppure alla prima foto in costume oltre al pallore cadaverico delle carni fa capolino una panza da alcolista anonimo. Ma neanche, magari lo fosse! Almeno sarebbe una panza turgida. Macché! Si tratta di una panza infingarda, indolente e perfida dove il pannicolo adiposo si diverte a ballicchiare, a zompettare, a sguisciare, ad arricciarsi fiero della propria pinguedine. Una cosa così (più o meno):

via GIPHY

La conclusione è rapida e impietosa: quanto pensavo fosse sufficiente per il mantenimento di un fisico decente non lo è affatto. Dovrò sudare di più, mangiare meglio, essere più costante, aumentare l’intensità.
Mi costerà una fatica boia, già lo so.
Una fatica gigantesca.
Così grande che mi sento già stanco.
E assetato.
Quasi quasi mi faccio una birra.

Autore del post: Federico

Appassionato di tecnologia, cinema, fotografia e viaggi, scrittore per passione e per sostentamento, dottore in scienze naturali, intriso di web fino al midollo. Una specie di Frankenstein: chiamatemi 'Frederàic'!

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