Quando arrivi ti trovi davanti una specie di porticina insignificante. Un’apertura in mezzo a un muro giallo e bordeaux vecchio e sporco. Alla sua sinistra, su una parete nera e rossa un volto orientale con 4 occhi e una lupa-origami in mano ti dice ‘Welcome to Shanghai‘. Ma sei a Roma, in viale di Tor Marancia 63. E sei venuto qui, in questo quartiere complicato della capitale, in cerca di arte. Per trovarla devi varcare quella soglia ed entrare nel comprensorio condominiale Lotto 1.

Il quartiere Tor Marancia, la ‘Shanghai’ della Città Eterna

Il quartiere Tor Marancia venne tirato su in pochissimi giorni nel 1933 per ospitare i romani che il regime fascita aveva sfrattato dalle proprie abitazioni nel centro-città e si guadagnò molto presto il soprannome Shanghai per due ragioni. La prima era l’alta densità abitativa: famiglie numerose vivevano ammassate in case a una stanza, con l’aggravante dei servizi in comune e della mancanza di pavimenti.

La seconda ragione era la frequenza degli allagamenti, dovuta al fatto che qui prima era tutta palude: e la città cinese è quella più a rischio alluvioni al mondo. Da subito insomma l’area collezionò parecchi elementi critici.

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Tanto che nel 1948 le malsane casupole, abitate anche da immigrati provenienti dal Sud, vennero abbattute per costruire i palazzi che vediamo oggi, in regime di edilizia residenziale pubblica. Il quartiere è rimasto un luogo popolare, difficile, aggravato da disoccupazione, alto abbandono scolastico e criminalità.

Il progetto Big City Life

In questo contesto complicato ha preso vita nel 2015 un progetto bellissimo di arte pubblica, che se di certo non ha risolto i mille problemi della borgata, almeno ha portato una ventata di bellezza. Che, come si dice, ‘salverà il mondo‘. Da qualche parte dovremo pur cominciare no?

Il progetto si chiama Big City Life. Mirava alla riqualificazione estetica e sociale della zona, ed è stato realizzato su proposta dell’associazione culturale 999Contemporary con il supporto del Comune e altre istituzioni. Ma di che si tratta?

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Le facciate di undici palazzine del comprensorio di viale Tor Marancia 63 sono diventate ”tele” giganti a disposizione di 22 artisti provenienti da 10 paesi di tutto il mondo. In pochi mesi i writers hanno disegnato 22 murales alti 14 metri, uno più bello dell’altro e tutti diversi tra loro per temi, stili, colori.

Non solo: la particolarità è stata creare un distretto di arte pubblica contemporanea in un contesto dove l’arte non è esattamente di casa, coinvolgendo i residenti. Dalle 500 famiglie che vivono nello storico Lotto alle scuole, fino alle associazioni di quartiere. Ci sono stati incontri con gli artisti, workshop, laboratori creativi, in poche parole alla dimensione artistica si è unita quella partecipativa, importantissima.

I murales di Tor Marancia tra vita e arte

All’inizio c’è stata diffidenza e ostilità ma, con il dialogo e il confronto, la partecipazione della gente è cresciuta sempre di più. Piano piano i residenti hanno capito il senso del progetto e hanno ‘adottato’ gli artisti all’opera. Hanno portato loro il pranzo, si sono confrontati, hanno dato consigli. È rimasto famoso ad esempio di quando una signora ha detto allo street artist Mr Klevra che stava disegnando: “A regazzi’, ma nun lo vedi che ‘sta Madonna l’hai fatta troppo cicciona?”.

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Hanno anche raccontato agli artisti le proprie vite e i propri problemi. Storie che in un modo o in un altro sono confluite nei murales, tutti radicati e vivi nella realtà in cui sono stati realizzati. Questo scambio vita vera-arte ha creato un museo condominiale all’aria aperta che è probabilimente un esperimento unico al mondo.

I 22 murales di Tor Marancia

Andiamo ora a scovare i murales: innanzittutto, attraversiamo la porticina che ti dicevo all’inizio (più che altro un’apertura nel muro). Fatto questo, ci troviamo in un cortile condominiale anni ’50, con vialetti, piante, panni stesi, panchine di pietra. Sembra di esserer entrati in un mondo antico dove il tempo si è fermato.

Non c’è un percorso stabilito e non c’è rischio di perdersi: non ci rimane che gironzolare ammirando le facciate disegnate, sotto gli occhi dei residenti che chiacchierano sulle panchine e guardano distrattamente quello che facciamo. A volte commentando con la salace ironia popolare romana.

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La nostra impressione è che se da una parte sono abituati a vedere il via vai, dall’altra sembrano dire ”ma che davero siete venuti qua apposta?”. Forse perché questa bellissima iniziativa a quanto pare è rimasta un po’ isolata? Non sembrerebbe essere stato fatto molto altro per migliorare la vivibilità e la sicurezza del quartiere…

Ma scopriamo i 22 bellissimi murales di Tor Marancia

1) Philippe Baudeloque ha intitolato la propria opera ‘Humanity Constellation o Elisabetta‘: la mano è quella di un’inquilina della palazzina (Elisabetta appunto) e simboleggia l’umanità tutta, trasfigurata in un patchwork di affascinanti e ipnotiche costellazioni.

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Human Constellation o Elisabetta – Philippe Baudeloque

2) È di Mr.Klevra la bellissima ‘Nostra Signora di Shanghai‘, quella che era stata considerata troppo pienotta da una residente. Non si sa bene cosa abbia risposto lui, ingegnere romano ”prestato” all’arte, probabilmente si sarà fatto una bella risata. L’importante è sapere che in quest’opera, attraverso l’amato stile bizantino, Mr.Klevra rappresenta Roma come la Vergine Maria e Tor Marancia come il Bambino. Perché la borgata, come un bimbo, chiede e necessita di amore e attenzioni.

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Nostra Signora di Shanghai – Mr.Klevra

3) Sempre Roma è la bella donna con un diamante in mano protagonista del fantastico murale in stile Art Nouveau del romano Diamond. Una bella donna però addormentata, come la città stessa che non riesce a scuotersi dal proprio torpore.

Il titolo, ‘Hic sunt Adamantes‘, fa il verso alla dicitura ‘Hic sunt leones’ che si metteva sulle mappe per indicare i luoghi più impervi e selvaggi da esplorare. Qui invece ci sono i diamanti, intesi come le persone che abitano nel Lotto. Il drago, fumettistico, richiama la Cina e il soprannome del quartiere.

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Hic sunt Adamantes – Diamond

4) ‘Veni Vidi Vinci‘ del duo Lek & Sowat consegna all’arte e a tutti noi la storia di Andrea Vinci (da cui l”errore” apparente nel titolo dell’opera), un giovane del comprensorio che da ragazzino per un tuffo ha perso la mobilità agli arti inferiori. Andrea abita nella palazzina, al secondo piano senza ascensore. Grazie alla visibilità portata dal progetto Big City Life, è stata avviata una raccolta di fondi dal basso per risolvere questo problema.

Il murale è anche un omaggio a Leonardo da Vinci e alla Roma antica, con la citazione di Cesare ripresa però in un contesto fatto di moderni graffiti.

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Veni Vidi Vinci – Lek & Sowat

5) Una delle opere di maggior impatto per via dei suoi colori saturi è quella di Andrew Pisacane aka Gaia. Un murale dechirichiano che deve il suo nome agli abitanti del comprensorio. Alla domanda su cosa vedessero nell’opera le risposte furono ‘Spettacolo, Rinnovamento, Maturità‘. Da qui il titolo evocativo del lavoro.

Ciò che attira subito lo sguardo è l’arancione del mandarino-palloncino, ricordo di un viaggio di Gaia in Sud-Italia. Il frutto, per volontà popolare, è poi diventato un’arancia in riferimento al nome del quartiere. La sfera spicca contro il cielo blu, tipico del nostro Paese, e fluttua in un’atmosfera metafisica bilanciata da un busto simile a quelli dello Stadio dei Marmi. Quest’ultimo è simbolo del regime fascista che sfrattò il popolo dal centro di Roma per costruire Via della Conciliazione e Via dei Fori Imperiali e lo confinò in un ghetto malsano.

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Spettacolo, Rinnovamento, Maturità – Gaia

6) Il murale del filippino Jerico è talmente bello da aver dato il nome alla palazzina, ora soprannominata ‘Blossom House’. Ispirandosi chiaramente alla Creazione di Michelangelo, ‘Distanza Uomo Natura‘ parla dell’anelito di uomo e natura che cercano di toccarsi, ma in definitiva non ce la fanno. Lo stile riecheggia l’arte figurativa giapponese in modo veramente delicato, quasi rarefatto, e affascinante.

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Distanza Uomo Natura – Jerico

7) Mistero sull’opera di Matteo BasiléOrdine Disordine‘ dedicata all’artista e dissidente cinese Ai Wei Wei: non l’abbiamo trovata. E siccome abbiamo girato e rigirato per cercarla le cose sono due: o siamo davvero ciecati oppure purtroppo la facciata è stata ridipinta. Ma in rete non abbiamo trovato conferme (a nessuna delle due ipotesi).

8) L’australiano Reka è l’autore di uno dei murales che mi ha colpito di più, forse perché amo le geometrie, forse perché ritrae una ‘natura morta’ che è una scena di vita quotidiana. In ‘Still Life‘ un volto di donna e una ciotola di frutta sono picassianamente destrutturate in un’espolosione di colori e geometrie.

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Still Life – Reka

9) Geometrie astratte e molto colorate le troviamo anche nel murale Senza Titolo del tedesco Clemens Behr. E qui il dibattito si è acceso.

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Senza titolo – Clemens Behr

Io: “È un volto!”

Federico: “Ma no, secondo me non c’è niente”

Io: “Ma dai, ecco l’occhio, il naso, il mento…”

Federico: “Guarda, il tuo è un palese caso di pareidolia!”

Bene, ci siamo rivolti al popolo di Instagram e questo è il risultato:

A ulteriore prova, abbiamo interpellato un nostro amico su cosa ci vedesse. Ebbene ha risposto ”un maiale”. E con ciò credo che il dibattito si possa considerare chiuso. Psss ma anche quello del maiale è un volto nooo?

10) Il milanese Moneyless ha realizzato un disegno che a me ha ricordato tanti bastoncini curvi gettati sul tavolo come quando da piccoli giocavamo a Shanghai, ma che a una residente ricordava invece il vento. Da qui il titolo dell’opera, ‘Il Vento‘ appunto. Un ipnotico vortice di cromatismi blu, gialli e sottilmente neri.

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Il Vento – Moneyless

11) È di Alberonero il murale ‘A Carlo Alberto, 93 Toni‘, una cascata di quadrati colorati che sembrano piovere sull’osservatore con tutto il loro variopinto dinamismo.

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A Carlo Alberto, 93 Toni – Alberonero

12) L”Assolo‘ di Danilo Bucchi ha per protagonista una donna stilizzata realizzata con tratti che ricordano un po’ il dripping. Le forme sono semplificate ma rimandano alla complessità dell’esistenza umana, mentre le brillanti scarpette rosse riportano tutto al quotidiano, dando una dimensione reale a questo volto. E facendoci chiedere quale sia la storia dietro di esso.

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Assolo – Danilo Bucchi

13) Domenico Romeo con il suo ‘Alme Sol Invictus‘ riprende il culto pagano del dio Sole, diffuso nella Roma antica. Il Sole, rosso e stilizzato, è sia un auspicio per la rinascita della borgata sia un invito ad avere coraggio e speranza nel rinnovamento.

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Alme Sol Invictus – Domenico Romeo

14) SatOne nel suo murale ‘Talking like a waterfall‘ ha immortalato una scena di vita vera. Mentre era lì che guardava il muro in cerca di ispirazione, ha sentito due inquiline che discutevano animatamente da una finestra all’altra della palazzina.

Tedesco di origine, non ha capito granché della discussione, ma è rimasto colpito dalle sonorità e dal gesticolare. E li ha sublimati poeticamente in una coloratissima Cascata di parole.

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Talking like a Waterfall – SatOne

15) Nel murale del portoghese Pantonio animali marini di varie dimensioni sembrano fluttuare in una superficie acquatica che non li contiene, e vanno confondendosi col Ponentino, il famoso venticello che rinfresca le estati romane e che dà titolo all’opera. Le creature travalicano i limiti imposti dalla facciata del palazzo e diventano pur con tutta la loro leggerezza e armonia simbolo dell’esistenza umana.

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Il Ponentino – Pantonio

16) Guido Van Helten infonde al suo ‘Io sarò‘ profondità e intensità grazie all’alternanza tra toni caldi e freddi. Il murale è la trasposizione di una fotografia d’archivio che ritrae una ragazza mandata via dal Borgo, vicino San Pietro, per finire a Shanghai.

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Io sarò – Guido Van Helten

17) Il duo Best Ever ha dato vita ad una ‘Piramide‘ che è in realtà un abbraccio. Forme piatte, destrutturate e plastiche si alternano a dettagli fotorealistici per regalare un’immagine intensa ed emozionante.

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Best Ever – Piramide

18) Brad Downey ha invece realizzato… un muro vuoto! Sconfinando nel Concettuale, l’artista ha speso il budget che aveva a disposizione per realizzare alcune necessità dei residenti. Talmente di concetto la cosa che l’abbiamo scoperta dopo…

19) Il murale di Vihls, all’esterno del comprensorio, rimane in qualche modo più defilato e forse il suo impatto è meno immediato. Eppure è molto intenso con il suo stile totalmente diverso dagli altri e con la sua poetica magari più sottile ma che secondo me parla dritto alle emozioni.

Anche qui, c’è un legame con la vita quotidiana della borgata. ‘La Percezione‘ infatti raffigura un occhio che osserva, così’ come le donne del comprensorio che stanno alla finestra e guardano fuori la strada, la gente, le cose.

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La Percezione – Vihls

La tecnica usata è particolarissima. Vihls stende della vernice bianca e poi con un trapano procede per sottrazione seguendo il disegno degli stencil. Le sue figure emergono proprio da ciò che viene levato, creando un effetto tridimensionale per cui il disegno esce dal muro. Vhils crea quindi attraverso la distruzione e rende visibile ciò che è celato.

20) All’esterno, accanto all’entrata del comprensorio, c’è anche l’opera pilota del progetto Big City Life. L’argentino Franco Fasoli aka Faz ha realizzato ‘Il peso della Storia‘. Qui abbiamo due lottatori in maschera. Quello argentino, poggiato instabilmente su un ginocchio, tiene sulle spalle quello italiano a rappresentare il legame tra i due Paesi. La posa è ambigua perché potrebbe essere una mossa del combattimento ma anche un atto d’aiuto verso l’altro.

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Il peso della Storia – Franco Fasoli aka Faz

21) Altra storia di vita vera del quartiere nell’opera di Julian Seth Malland che è diventata un po’ il manifesto stesso del progetto e con la quale chiudiamo questo viaggio tra i murales di Tor Marancia. ‘Il bambino redentore‘: il ragazzino che si è costruito delle scale colorate per guardare oltre il grigio del palazzo è Luca, che risiedeva qui e che è morto a causa di un incidente durante un gioco. Una ferita ancora aperta per tutti che l’artista sublima in un’immagine di grande speranza. Perché il cielo è blu oltre quel cemento.

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Il Bambino Redentore – Julian Seth Malland

E torniamo da dove siamo partiti: il 22mo murale di questo incredibile museo a cielo aperto, l’unico non monumentale, è ‘Welcome to Shanghai‘ di Caratoes. La maschera tradizionale cinese tiene in mano la lupa capitolina-origami in un inedito incontro tra Occidente e Oriente.

Caratoes Benvenuti a Shanghai 35

Come ci ha accolto, quest’opera ci saluta mentre riflettiamo su come l’arte possa avere una funzione sociale che va ben oltre l’estetica. Qui ha portato bellezza e ha fatto conoscere vita e problemi di un intero quartiere, solitamente relegato ai margini della storia. Ma ci siamo anche resi conto che da sola non può bastare.

Autore del post: Simona

Viaggiatrice seriale, ha piazzato una bandierina in ogni angolo di mondo, ma da buona perfezionista qual è vuol continuare a mettere bandierine, facendo impallidire l’Emilio Fede di berlusconiana memoria

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